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PENSIERISINISTRI
Libertà è partecipazione
POLITICA
28 agosto 2010
Comunione e Liberazione... la pasta, il caffè, le sigarette

Corre l’anno 10 del 2000 e io mi ritrovo con i mie bambocciosi ventottanni di fronte a un piatto di pasta, seduto a tavola con la mia famiglia. Mio padre spezza il ruminante silenzio del pranzo, con una risatina e dice: “Hai letto l’articolo di Gad Lerner sul meeting di Comunione e Liberazione? In platea c’era pure il compagno Barcellona”. Ride, con un po’ d’amarezza, smorzata da un forchettata di spaghetti al pomodoro. Mio padre ha smesso di essere un nostalgico, è rimasto un deluso. A volte cerca, dopotutto, di ricondurmi alla ragione e di smorzare i miei moti violenti di passione politica, facendomi notare che le cose sono cambiate e non tutto è da imputare ai partiti: la gente è cambiata. Divento rosso. Non ho mai capito se è nato prima l’uovo o la gallina. Eppure me lo sono chiesto più volte: quando mi sento mancante nei confronti dei miei doveri e dei mie sogni; quando so di non potermi ritenere immune dalle tentazioni, dalle cadute, dagli sbagli. Da convinto agnostico quale sono – si può essere agnostici convinti ? - a volte penso che, se, , dovessi abbracciare dio sul letto di morte, dio dovrebbe rigettare la mia richiesta d’indulto.

 Caffè e giornale. Naturalmente mi dirigo subito a pagina 9 di Repubblica e leggo il titolo. Mi colpisce l’ultima frase “… il moralismo finisce nel mirino di Cielle”. Ho fatto politica universitaria e con i ragazzi di Cielle ho avuto da ridire spesso sulla loro intransigenza in merito ad alcune questioni: come aborto, fecondazione assistita, sesso pre-matrimoniale, divorzio e visione della vita in generale. Sono moralista solo nei mie confronti e nei confronti di chi ricopra una carica pubblica, che sia politica o dirigenziale, ma in genere non mi piace essere troppo severo nel giudizio sugli altri. Sorpreso, ma non troppo, leggo che Comunione e Liberazione attacca Famiglia Cristiana per le recenti posizioni espresse contro i comportamenti di alcuni politici al potere, di uno in particolare. Così piazzano un parabolico “chièsenzapeccatoscaglilaprimapietra” dinnanzi al “moralismo bavoso” della rivista di Famiglia. Stupore o stuprore? Casi clinici o policlinici? La grammatica si  disorienta di fronte alla verità e la verità è una e trina per Cielle: Centro-Destra-Sinistra, “dialogare con tutti” purché ci sia nutrimento per il corpo -  ah dimenticavo … - e per lo spirito. Per questo il responsabile “laico” di Cielle, Giancarlo Cesana, divenuto Presidente del Policlinico di Milano – Formica o Formigone? Si chiede la Cicala - attacca quel relativismo presente nel romanzo di Umberto Eco, “Il Nome della Rosa”. E qui m’encazzo - cito Er Monnezza - perché Guglielmo di Baskerville non me lo devono toccare. La frase incriminata è questa: “Temi i profeti e coloro che sono disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro […] Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci della morbosa passione per la verità”. Frase che estrapolata dal contesto storico del romanzo, viene strumentalmente accostata dal Polilaico-Presidente all’ “Ognuno pensi ciò che vuole” del “gregge dissoluto” della moderna e irredimibile gioventù carbonizzata.

La verità c’è e si fonda su alcune certezze, una delle quali è solida e si chiama Compagnia delle Opere. Di fronte a questo rassicurante mondo tolemaico, non c’è nulla da lamentarsi. Chissà cosa penserebbe un operaio cassintegrato, leggendo una frase stampata su una delle t-shirt esposte: “Non ho nulla per cui protestare, solo da ringraziare”. La Repubblica del Sorriso è stata fondata, cancellate le facce scure e mettete un bel poster del volteriano Candido sopra il vostro letto. A rassicurarvi c’è Schulz, il Presidente della Compagnia delle Opere. Ha 34 anni e una buona parola per tutti: “Berlusconi? ha scelto ottimi ministri […] Bersani? Un amico da sempre […] Marchionne? è fuori dagli schemi”.

Guardo la tessera del Pd nel mio portafogli e comincio a credere che stavolta sarà l’ultima, che l’ironia non basta a coprire l’amarezza e che sto cominciando a capire che forse sono io che sbaglio.  È ora d’arrendersi, va bene l’Udc, l’Mpa, Montezemolo, Cielle. Devo fumare di meno, dice mio padre. Guardo il posacenere e penso che ha ragione. Anche io ho trovato la mia verità: nuoce gravemente alla salute, uccide, provoca infarti, ictus e danneggia chi ti sta attorno. Azz … devo proprio cambiare vizio o finirò per rimanerci secco… Massìì alle prossime elezioni voto Pdl.

Anzi no, mi sa che vado a comprare un altro pacchetto di sigarette, mi tengo la mia verità, il fumo, la cenere e le cicche. D’altronde, qualora dovessi spargerle per terra, ci vorrebbe quasi un secolo per farle sparire.




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POLITICA
23 marzo 2010
L'Italia è il Paese che...

 

“L’Italia è il Paese che amo” diceva un pornopremier, schiarito in viso dai suoi impiegati, per annunciare la sua discesa in campo. L’Italia è il paese che amo e che per questo odio, dico io all’età di ventisette anni, da “quasilauratoinlettere” che sogna di insegnare per passione. È il Paese in cui ho coltivato i miei sogni di siciliano che, come diceva Sciascia è rassegnato a vederli morire i sogni. Ma, sebbene così giovane abbia visto già tanti sogni infrangersi sulla “cortina di fumo” d’una realtà stanca e poco incline al cambiamento, mi sono ritenuto sempre uno moderatamente illuso, che non ha mai abbandonato la speranza nei propri sogni. Ed è per questo che credo nell’odio come nell’amore, perché il confine è impercettibile, come il filo sottile che separa la ragione dalla follia.
Odio quel Paese in cui l’istruzione e la formazione hanno un ruolo sempre più decentrato nella struttura della società. L’Italia in cui alunni, genitori e a volte gli stessi professori non rispettano più il vero significato dell’insegnamento, che per me è stato sempre racchiuso nella simbiosi tra la propria preparazione, la capacità di trasmetterla e il “me ne care molto” di Don Milani.
Odio quel Paese in cui la Politica ha smesso di occuparsi dei problemi reali della gente e ha perso quella “P” maiuscola che le ho sempre attribuito con orgoglio. Un politica di governo ormai troppo occupato ad emanare leggi per difendere il proprio leader o lo status quo dei propri “clientes”; un Parlamento che spesso è un premio per lacchè, sagome e soubrette di partito; dei Partiti che hanno smesso di mediare tra la società e le istituzioni, che non hanno più cuore né idee; un’opposizione un po’ vittima dello strapotere mediatico di questa maggioranza, un po’ perseguitata e carnefice delle propria storia. E mi rivedo tra coetanei e compagni di partito andare avanti senza un vero obiettivo (o col fondato timore di non raggiungerlo), lanciare slogan da campagna elettorale e non portare avanti fino in fondo più niente, se non soltanto se stessi.
Odio quel Paese in cui questa Chiesa si schiera col governo che in cambio le fornisce posizioni di vantaggio economico a vario titolo, nulla è più lontano dall’insegnamento di Cristo di questo triste apparato vaticano.
Odio quello Stato in cui la meritocrazia è una rarità e chi ha lavorato per anni con serietà, chi ha sempre pagato le tasse è costretto a sentirsi un idiota della peggior specie e chiedersi se in questa fitta jungla, popolata da una fauna troppo adatta a viverla, non sia il caso di adottare qualche meschino metodo di sopravvivenza.
Odio quel Paese in cui la stampa è un megafono di partito, la notizia, le inchieste e il giornalismo si perdono tra le roboanti descrizioni di un “pompino di governo” o tra le disturbate frequenza d’una terza rete, da molti giudicata di parte. E intanto milioni d’ascolti per i reality show surclassano quei pochi programmi che meriterebbero di essere visti da un pubblico che dovrebbe riconquistare il proprio orgoglio e la propria storia.
Odio la rassegnazione in cui stiamo precipitando e la mancanza di speranza che ha colpito anche coloro che sono più giovani di me.
Ed è per questo che amo profondamente questo paese, perché fino all’ultimo tenterò di restare, in maniera lecita, a lavorare in Italia, perché amo chi, nonostante tutto, è rimasto fedele alle proprie idee e ai sogni che s’ispiravano al miglioramento della società, pur sapendo che l’uomo è imperfetto e come tale non potrà mai raggiungere la piena realizzazione, ma solo aspirarvi.
Amo chi crede ancora che insegnare in una scuola non sia soltanto un lavoro, chi investe nei propri sogni rischiando le proprie risorse, amo chi crede ancora in quella frase che appartiene a Kant e,  nonostante le mie umane imperfezioni, porto sempre nel mio cuore:
«Agisci in modo da considerare l'umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche come scopo, e mai come semplice mezzo.»



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POLITICA
13 dicembre 2009
LA STAMPELLA, LE MANI SPORCHE, IL PANE… PENSIERI DI UN “POVERO INGENUO”

Le "mani in pasta", “sporcarsi le mani” e magari pure le maniche, aggiungerei … Sono queste le “metafore democratiche” più gettonate nei discorsi di chi vorrebbe che il PD diventasse la stampella di Raffaele Lombardo all’ARS. Ascoltando le arringhe stucchevolmente appassionate di alcuni compagni e amici di partito mi sorge un dubbio “ Sono io sbagliato? È possibile che sia così difficile trovare un partito in cui si voglia tornare a fare politica e in cui si utilizzino queste metafore per parlare di politica attiva e non per giustificare accordi di bassa lega?” Sono ancora confuso. Costernato.

Da persona che, quando è stata chiamata in causa, s’è sempre impegnata, in prima ed in seconda linea, ho iniziato a nutrire un certo complesso d’inferiorità nei confronti di quegli strateghi che provano a spiegarmi le ragioni di un sostegno a Lombardo: “Un’opportunità da non perdere”, “Aprire la vera stagione delle riforme”, sino ai più biblici “Dobbiamo aiutarlo a redimersi”. Quanta carità, quanto impellente il bisogno d’agire che s’è risvegliato negli animi infervorati di alcuni compagni e/o amici. Fulminati sulla via di Damasco oggi mi vengono a spiegare, con molto garbo, che le mie posizioni di chiusura sono ideologiche, vetero-marxiste, utopiche, fuori da ogni logica.
E allora penso sì, sono Che Guevara, se penso che, lanciando tre o quattro proposte chiare su Sanità, Sviluppo, Energia e Ambiente (a cui è legata la scottante questione dei rifiuti), si potrebbe trovare una strada per fare politica e fare capire alla gente cos’è il PD siciliano. Sono “illuso” se penso che la politica si debba fare ogni giorno ad ogni livello e che un partito sano dovrebbe battersi nei luoghi preposti per difendere e sostenere i propri progetti per questa regione. Devo essere stato vittima di qualche allucinogeno se ogni giorno parlo con giovani e meno giovani “scazzati” perché non riescono più ritrovare nel PD quell’entusiasmo e quelle motivazioni che fino a qualche anno fa rappresentavano una speranza. Avrò visto il film sbagliato, quando qualche hanno fa si demonizzava Lombardo e lo si riteneva soprattutto inaffidabile (e credo che pure l’amico Cuffaro se ne sia reso conto). E forse mi sbaglio, ma ricordo di aver sentito, alle ultime primarie, parlare di “alternativa al centrodestra”. E mi sento un po’ George Orwell quando credo che tra qualche giorno arriverà Mr S.Berl a risolvere i conflitti che hanno scatenato quest’opera dei pupi e noi resteremo lì con la nostra “mano sporca” da accattoni.
 
Per anni mi sono illuso che per andare al governo servissero persone che facessero politica sul territorio. So che questa soluzione risulta parecchio macchinosa rispetto ad un accordo, so che per molti l’apertura di Lombardo rappresenta l’unica possibilità concreta di “sporcarsi le mani”.
Ciò che però più mi fa rabbia è il fatto che qualcuno mi voglia prendere in giro. Non sono nato ieri. Diciamo le cose come stanno. Diciamo che qualcuno ha paura di perdere male pure contro un centro-destra in crisi. Diciamo che può essere legittimo per un deputato regionale, non voler ricandidarsi alle elezioni ogni due anni, lo capisco… mi chiedo se legittimo lo sia per un partito d’opposizione che ha ricevuto un chiaro mandato dagli elettori.
Se delle scelte si devono fare che si facciano e spero che ci siano delle persone disposte ad assumersene pienamente la responsabilità, anche dopo che il nostro partito avrà perso voti e credibilità. In questo modo, chi come me nutre in questo momento una profonda confusione potrebbe finalmente trarre delle conclusioni sulla base di fatti concreti.
 
Dedicato a tutti quegli elettori e militanti che credono ancora nella Politica e non si rassegnano all’idea che per cambiare questa Sicilia si rinunci ai propri sogni o si debba per forza andare via.



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13 novembre 2008
MERITO, MERITROCRAZIA, MERITARE. ABUSO DI PAROLE
 

In questa settimana ho letto lo speciale su Scuola e Università, pubblicato dal “Sole 24 Ore”. Ho notato che, sebbene vi siano interventi che testimoniano i vari indirizzi riformatori, prevale in ogni articolo una parola su tutte: Merito. Sono sempre stato un sostenitore del Merito in ogni campo, ma d’altra parte non posso fare a meno di notare come questa parola venga abusata spesso in maniera strumentale. Per questo motivo bisogna stare attenti a ciò che personaggi di diversa estrazione partitica intendono con questa parola.

Credo innanzitutto che bisognerebbe individuare il contesto in cui viene utilizzata la parola Meritocrazia. Stiamo parlando di Scuola e di Università. Due momenti della formazione del cittadino che sebbene siano graduali e successivi in questo caso vanno separati.

La Scuola infatti, non può prescindere da una esistenza territoriale necessaria che limita già l’applicazione di criteri meritocratici. È difficile pensare che due licei classici di città limitrofe, ma non troppo vicine (come ad esempio Catania ed Acireale), possano entrare in competizione qualitativa riuscendo a contendersi gli studenti, a prescindere dalla loro residenza. Sebbene i due licei possano essere giudicati sulla base della qualità, per comodità e per necessità, gli studenti di Acireale continueranno ad iscriversi nella scuola della propria città e altrettanto faranno i catanesi. La chiamata diretta degli insegnanti da parte dei Presidi rappresenta quindi un criterio che, se attuato, penalizzerebbe il Merito. Se dovesse passare questo indirizzo, si legittimerebbero criteri arbitrari di selezione della docenza, sulla base di un’improbabile competizione tra scuole che dovrebbe spingere i Presidi a selezionare il personale più qualificato. Credo che prima d’innescare un meccanismo perverso bisognerebbe stabilire i criteri di valutazione e d’immissione e, soprattutto, evitare di pensare alla scuola dell’obbligo come ad un’azienda che debba produrre qualcos’altro rispetto all’obiettivo principale che è e rimane la Formazione.

Quando si parla di Università è possibile parlare di merito e di competizione, ma anche qui bisogna capire sin dove possa essere attuabile questo discorso ed evitare di causare danno a tanti studenti, giovani ricercatori e docenti che non sono la causa dei mali dei nostri Atenei. Innanzitutto è necessario comprendere che, nonostante esistano anche progetti di ricerca inutili, ce ne sono tantissimi altri che hanno bisogno di essere sostenuti dal denaro pubblico perché sono alla base dell’avanzamento scientifico e culturale del nostro Paese. Poi c’è pure una ricerca che può cercare finanziamenti privati, sebbene si muova in un deserto dove sono poche le oasi in cui dissetarsi.

Va poi completato il discorso che riguarda la valutazione e il monitoraggio dei Corsi di Laurea presenti sul Territorio. Dovrebbero essere limitati i decentramenti e incrementato l’accorpamento di corsi di laurea simili, che dovrebbero passare ad una gestione interfacoltà. I Corsi di Laurea Triennali dovrebbero essere ridotti, mentre i Corsi di Laurea Specialistica potrebbero pure essere tanti, ma solo se basati su esigenze formative reali.

Bisognerebbe inoltre capire come il Ministro Gelmini intende parlare di qualità senz’affrontare il vergognoso e stucchevole problema di quelle Scuole e Università private che, con corsi fantasma oppure on-line, regalano diplomi e lauree. Questo modello, non solo svaluta il valore della Formazione, ma costringe scuole ed atenei pubblici a entrare in un sistema di competizione a ribasso che ne riduce notevolmente la qualità.

Chi fa politica dovrebbe pensare al motivo che spinge tanti miei coetanei, soprattutto al Sud, a continuare gli studi per anni, senza sogni e grandi ambizioni. Sono tanti i giovani che oggi vorrebbero, non solo che si parlasse seriamente di merito, ma anche di responsabilità individuale e del loro futuro. Ma finora hanno visto solo tentativi abbozzati, che nascondono soltanto il vuoto politico e l’incapacità di fronteggiare questi discorsi con lungimiranza e conoscenza reale dei problemi che affliggono il nostro paese.




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POLITICA
16 ottobre 2008
Ieri, Sabato 11 Ottobre 2008 – Nel nome di Pio La Torre

 

Ieri sono tornato a sentire qualcosa per la politica.

Ultimamente tanti dubbi hanno congelato la mia voglia di esserci nella politica. Ho deciso di diventare un essere senza il -ci. E non so per quanto tempo ancora continuerò a farlo. Perché aspetto un segnale forte da persone diverse da quelle da cui mi sono sentito tradito. Perché io non voglio una Politica d’avanspettacolo. Se Berlusconi fa questo noi non possiamo assecondarlo. Io voglio una politica fatta da persone che siano preparate nel proprio campo (come l’ex Ministro Bersani, per esempio), voglio meritocrazia e solidarietà assoluta dentro il mio Partito. Se sono rimasto nel PD è perché ci sono ancora tante persone che stimo nelle sezioni che ancora frequento. Tante persone che in questo momento continuano a nutrire quella passione che io sto cercando di ritrovare.

Ieri sono tornato a sentire qualcosa per la politica.

Ho fermato la mia barca alla deriva, ho preso le chiavi della macchina e insieme Chiara (la mia ragazza) , Mirko e Paolo siamo andati a Comiso, dove si sarebbe dovuta tenera una manifestazione per difendere la memoria di un grande personaggio Siciliano del Novecento. Questo personaggio si chiama Pio La Torre. Un uomo che ha lottato contro la mafia, contro la presenza delle testate nucleari a Comiso, contro l’abusivismo edilizio, per qualsiasi cosa significasse Libertà dalle mafie che rendono schiava la Sicilia. Fu ideatore e promotore della legge Rognoni – La Torre con la quale s’introdusse la possibilità di aggredire le ricchezze accumulate dalla Mafia. Insomma è uno di quei personaggi dei quali oggi si avverte l’assenza.

Il 30 Aprile del 1982, Pio La Torre venne ucciso in un agguato mafioso insieme al compagno di partito Rosario Di Salvo.

Nel 2007 viene intitolato a Pio La Torre l’Aeroporto civile di Comiso. Non per il suo passato all’interno del Partito Comunista Italiano, ma per quello che ha rappresentato per la Sicilia. Perché come Borsellino, Falcone e tante altre vittime della Mafia, ha affrontato la paura di morire con il coraggio di cambiare la propria terra. Appena un anno dopo, il neoeletto sindaco di centrodestra ha deciso di togliere quel nome dall’Aeroporto di Comiso e intitolarlo a Vincenzo Magliocco, generale di brigata fascista, tra i prima ad effettuare i bombardamenti a tappeto.

Mi dispiace che ancora una volta si faccia un uso strumentale della storia. Perché “forse” anche un uomo di destra dovrebbe riconoscere figure come quella di Pio La Torre, uno degli esempi più virtuosi della politica italiana e siciliana. Nuovamente si dimostra quanto sia difficile in questo paese porre le basi per una memoria condivisa della storia che ha portato alla nascita della Repubblica Italiana. Ma ieri a difendere questa Memoria c’era pure il mio partito, tanti sindaci di diverse estrazioni politiche e tante gente comune da ogni città della Sicilia. Anche per questo ieri sono tornato a sentire qualcosa per la politica.




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